La prefazione di Lucilla Trapazzo
Le stanze, il tempo e l’oltre
(introduzione a Stanze dentro di Giuseppe Vetromile)
Entrare in Stanze dentro è come attraversare una casa con le finestre socchiuse, dove ogni stanza si apre su un’altra stanza, ogni soglia contiene un’altra soglia, ogni parete un’eco, un’altra forma del pensiero, e ogni volta che credi di aver trovato il centro ti accorgi che ancora più in fondo c’è ancora una porta, dalla quale si intravede l’universo. E in questa continua rivelazione, Giuseppe Vetromile costruisce un percorso al di là del tempo lineare, a ritroso nella memoria, verso un’origine che non si lascia dire, ma che guarda anche più in là, verso un oltre futuro, come se la casa poetica si restringesse e si dilatasse al ritmo del respiro e dei ricordi.
Con questo suo ultimo lavoro, Vetromile compie un movimento inverso rispetto alla sua produzione precedente, per quanto io la conosca. Dopo aver attraversato il territorio dell’inquietudine e l’urgenza di superamento di un limite, cioè un movimento verso l’esterno, qui il poeta sceglie di abitare la propria interiorità, di rientrare “nelle stanze” che formano la sua casa, reale e metaforica, che è al tempo stesso corpo, memoria e cosmo. L’autore stesso lo dichiara nella sua nota: se è vero che la poesia plasma la propria essenza, [...] allora nel mio caso, con questa nuova raccolta poetica, pare che il desiderio di rientrare fra le quattro mura [...] si sia manifestato. Il poeta sceglie quindi il ritorno, la necessità del raccoglimento come atto conoscitivo, per misurare la distanza tra sé e l’universo. Tornare a casa, però, non come chiusura, ma per abitare l’interiorità, il limite, la finitudine, e scoprire in essi un varco verso il tutto.
Così piccola cosa è questa stanza che mi porta dentro
come universo incognito è ogni angolo
Da questo primo gesto nasce tutta la silloge, nella misura minima del microcosmo domestico si rivela la vastità. In questo senso, la sua casa è la concretizzazione di ciò che Bachelard scriveva: “la casa è il nostro angolo del mondo, la nostra prima università di sogno”. Ogni poesia è quindi una stanza della psiche, che abita il quotidiano come territorio sacro e in cui ogni oggetto custodisce un senso ulteriore. La realtà minuta, la coperta sfilacciata dall’uso invernale, le pantofole vane custodie per andare / fino al giaciglio più vicino, il lumetto sulla scrivania, sono frammenti di vita che, nella lingua del poeta, si trasformano in simboli di un cosmo privato.
Ogni suo verso, anche il più lieve, contiene una domanda metafisica: che cos’è la vita, se non la somma dei minuti che svaniscono in un salvadanaio d’aria? Che cos’è una casa, il guscio dell’anima o soglia da attraversare? E infine: che cosa resta di noi quando le stanze si svuotano, quando altre parole staranno rotolando per terra? È in questo equilibrio fra la materia e l’assoluto che si riconosce la cifra più matura della sua scrittura, un umanesimo ostinato, disincantato e profondamente partecipe.
Il tono della raccolta è insieme meditativo e lieve. Nella sua lingua si avverte una sapienza che si esprime attraverso la leggerezza del paradosso, con lo sguardo ironico di chi conosce la finitudine e, proprio per questo, la trasforma in energia creativa. Mi viene bene questo filare di versi a sera, confessa con sorriso amaro e poco dopo aggiunge, mi ritroveranno in un luogo affollato di capoversi. Il poeta è consapevole che stare qui è solo una finzione, che la casa e il corpo, il tempo e la parola, sono strutture provvisorie. Ma sceglie di abitarle fino in fondo, con la tenacia di chi riconosce nella poesia l’ultimo luogo abitabile. Le sue “stanze” diventano allora microcosmo che contiene il tutto. Caproni avrebbe parlato di “teologia in minore”, un dialogo costante con il grande assente, che però non si dà nei cieli, ma nella polvere, nel pane, nella voce sommessa delle cose.
come universo incognito è ogni angolo
lontano da me neanche un granello
di quella polvere che copre
ogni mia memoria
Nel panorama attuale, rumoroso, dispersivo, spesso narciso, Stanze dentro è un libro contro tendenza, il suo spazio è quello in cui la parola torna a essere abitabile, è un gesto di sobrietà ontologica tra la carta e la luce, e Vetromile le contiene entrambe, e proprio per questo è necessario. La sua voce, lontana da ogni enfasi, dialoga idealmente con Caproni per la misura del verso e con Luzi per l’apertura al metafisico. È un umanesimo laico, sobrio, che sa, con Caproni, che “non c’è più segno né cielo” e che riconosce, come scrive Luzi, che “la fede non ha più oggetto, ma resta il suo gesto”. In quella sopravvivenza del gesto poetico si gioca tutta la sua spiritualità.
Vetromile cerca equilibrio di voce e silenzio. E forse lo trova proprio nella scrittura, in quel segno umile e infinito di contare le parole che mi mancano a descrivere il paradiso. E nella sua misura raccolta, nel suo modo di fare spazio al mondo, ci insegna che abitare davvero è un atto infinito. Dalla somma dei minuti / si ricava una vita, scrive Vetromile, e forse è proprio questa la sua impresa più umana e insieme più cosmica, contare, nominare, ricordare, per dare forma al vuoto e restituirgli un senso.
La struttura della silloge, articolata in sei sezioni (e i titoli delle sezioni sono il filo che il poeta ci porge per accompagnarci), disegna un itinerario interiore, dall’abitare il presente al riconoscere la memoria, fino alla prefigurazione del congedo. Ogni stanza è una variazione sul tema dell’esistere, dalla “stanza di mia madre” alla “stanza che mi prende ogni sera”, fino all’ultima immagine, questa casa al civico cinque / [che] rimarrà omelia perenne / alla mia ombra peregrina e che suggella un testamento poetico e spirituale. Voglio immaginare la casa al civico cinque, con tutti i versi che contiene, come un’apertura, una voce che continua a risuonare.
Leggendo Stanze dentro ho sentito che non si tratta di un libro sul tempo, ma di un libro dentro il tempo. Ogni poesia sembra appartenere a un varco della coscienza che si apre alla scrittura, a cui il poeta torna per riconoscere quello che resta, quello che conta, per prestare voce al silenzio delle cose piccole. Le stanze di Giuseppe Vetromile (Pino, per gli amici) restano aperte e ci contengono, respirano con noi, continuano a muoversi, con la calma antica di chi sa che la poesia è luogo dove si può ancora restare.
Nota introduttiva
In una mia non tanto recente poesia dal titolo “Come uscire da questa casa”, descrivevo uno stato d’animo particolarmente mesto, se non addirittura angosciato, avvertendo la chiusura (metaforica) delle quattro pareti e la restrizione, il confinamento, che in qualche modo ne impedivano l’espansione verso l’esterno infinito, verso altri orizzonti e dimensioni aperte, benevolmente disposte ad accogliere un pensiero e un’anima anelanti ad una incommensurabile libertà. E dunque verso la fine così recitavo: “Spacca le ombre mia cara / e il guscio di crisalide ammorbata / sventra ogni uscio di questa casa / la casa stessa fanne maceria e minuta polvere / come il caos iniziale. / Solo dal niente potremo finalmente ascoltare e vedere / qualche minimo soffio / qualche minima luce”. Un desiderio latente di fuga, un impeto improvviso, o forse lentamente maturato, che mi spingeva oltre la casa, consapevole che avrei potuto ricostruire una mia essenza a partire dai calcinacci e dal groviglio di quisquilie che questa mia casa (leggi questo mio stato) mi offriva, in una monotonia ripetitiva di giorni e di anni, con l’osservazione pedissequa delle norme e delle regole di una quotidianità insulsa e piatta.
E addirittura, in una mia precedente poesia dal titolo davvero crudo e perentorio, “Calcinacci”, così riflettevo in versi: “Sarebbe tempo di andare: la casa / non è più che una rovina. / Ma sto qui indeterminato tra minuti calcinacci / e tranci di rottami: se ricostruire / o partire per nuove terre. / Sto ancora qui, incolore, senza più / le quattro mura attorno e dentro, in cui / il mio quieto vivere era pace solo all’apparenza, / un agitarmi elettrico da una stanza all’altra, / cercando e ricercando.” E così concludevo: “Partire, dunque: / avrò condominio nuovo lassù, / dove si staccano i sogni dall’infinito, / sul manto celeste del cielo.”
Orbene, se è vero che la poesia plasma la propria essenza, la propria anima, e questa ne è a sua volta plasmata, lungo il corso della vita, adeguandosi ai nuovi pensieri, alle nuove esperienze e ai nuovi punti di vista che, lungo il procedere dell’esistenza, ad un certo momento possono anche sovvertirsi, cambiare radicalmente, allora nel mio caso, con questa nuova raccolta poetica, pare che il desiderio di “rientrare” fra le quattro mura”, al contrario di quanto ambissi e mostrassi in quei versi più sopra riportati, si sia evidentemente manifestato. E si tratta di un ritorno inconsapevole, perché la ragione forse non lo vuole ammettere, ma la poesia sì: la poesia non è razionale e segue le curve dell’inconscio, “sente” la verità intima e non può non esporla.
Dunque, ecco il ritorno a casa. Sarà forse l’età, la maturazione, la fine di esperienze dolorose o quanto meno scomode, sarà il desiderio di ritrovare un punto fermo (da cui ripartire di nuovo?...), fatto sta che il complesso dei testi di questa raccolta riportano tutti al tema della casa, o meglio della stanza, intesa come dimora, crisalide, involucro protettivo, punto di accumulazione esistenziale. L’età avanzata non permette più sogni verso altri orizzonti, verso altre possibilità, verso altri amori. Si sta dentro, al sicuro, nella certezza della materia circostante. Si sta all’interno, magari affacciati alla finestra, per osservare il mondo esterno, per vedere se qualcun altro pure torni.
Stanze dentro è il mio unico universo attuale, un universo magari condivisibile da tutti quelli che, frastornati e impauriti da un mondo che va in frantumi, da un’umanità negletta che va distruggendo sé stessa, preferiscono un riparo immacolato e innocente in cui sopravvivere, sperando (o forse illudendosi) che la tempesta passi.
Giuseppe Vetromile
Ieri 20 maggio, nella Congrega del SS. Sacramento in Trocchia, nell'ambito nella nostra Rassegna "Poesia è... Rinascenza", inaugurando il nuovo ciclo di appuntamenti dopo una breve pausa forzata dovute alle mie condizioni di salute, è stato presentato il mio nuovo libro di poesie "Stanze dentro", Macabor Editore di Bonifacio Vincenzi e con prefazione di Lucilla Trapazzo.
E' stata davvero una bella ed emozionante serata di poesia, ho avvertito molto piacevolmente l'atmosfera di amicizia e di condivisione che mi ha letteralmente avvolto, gratificandomi e mitigando le mie difficoltà fisiche: una poesia che si sentiva forte, legante, stentorea quasi, dai cuori dei poeti presenti, oltre che dal mio; una poesia che si è distinta per stili e contenuti, ma che è stata un unico potente e pregevole canto corale.
Ringrazio ancora l'eccellente
Melania Mollo ideatrice della Rassegna ed esperta presentatrice; ringrazio il bravissimo giornalista e critico
Carmine De Cicco per avermi dato lo spunto, con la sua impeccabile conduzione, per parlare del mio libro, la sua genesi e le fonti di ispirazione.
Ringrazio infine, ma non per ultimi, tutti gli amici convenuti, a partire del nuovo Priore della Congrega dott. Luigi Mollo, il Sindaco di Pollena
Carlo Esposito e tutti i poeti.
La riflessione di Nada Skaff:
Bellissimo evento ieri a Pollena Trocchia, nella Congrega del SS. Sacramento in Trocchia, nel quadro di "Poesia è... Rinascenza", che accoglieva Giuseppe Vetromile. Il luogo intimo e raccolto era perfetto per la presentazione dell'ultima raccolta di Giuseppe, "Stanze dentro" . L'evento, condotto con brio da Melania Mollo e guidato dal responsabile dell'ufficio stampa del Comune di Pollena Trocchia Carmine De Cicco, ha accolto anche il contributo di molti degli autori presenti.
"Bisogna che ci togliamo di dosso
ad una ad una
le regole del giorno, le remore
la fretta dell'ora legale
occorre assumere la posa del tempo
che passa da una stanza all'altra
senza smuovere alcun soprammobile
stare attenti
avvistare qualcosa che rimanga certa
anche dopo la nostra scomparsa
lasciarci andare
verso quel barlume."
(G. Vetromile, Stanze dentro)